Cosa sono le diossine?

Sentir parlare di diossine e della loro nocività non è raro, soprattutto in Italia. Nella memoria civile di questo paese rimane impressa la tragedia di Seveso del 1976 che ha segnato l’immaginario del nostro passato recente. Ma oltre questo tragico evento, la consapevolezza di cosa siano veramente le diossine non è altrettanto diffusa. Siamo consapevoli della loro alta nocività ma non sappiamo realmente cosa siano, né da un punto di vista pratico né teorico.

Con il termine diossine si indicano composti chimici aromatici policlorurati – cioè formati da carbonio, idrogeno, ossigeno e cloro – divisi in due famiglie: policlorodibenzodiossine (PCDD) e policlorodibenzofurani (PCDF).

Le diossine sono sottoprodotti indesiderati di combustione e processi chimici per lo più di origine antropica. Sono sostanze molto resistenti alla degradazione chimica e biologica perché semivolatili, termostabili, insolubili in acqua, altamente liposolubili. Definire il comportamento chimico-fisico di questi composti è essenziale per definire strategie utili alla salvaguardia ambientale e alla tutela della salute.

Nel complesso esistono 210 composti chimici chiamati diossine: 75 congeneri di diossine e 135 di furani, di cui però solo 17 sono rilevanti dal punto di vista tossicologico. Diossine e furani sono inoltre due delle dodici classi di inquinanti organici persistenti (noti con la sigla POP) riconosciute a livello internazionale.

Diossine e furani non vengono rilevati nelle diverse matrici come composti singoli, ma come miscele dei diversi congeneri avente diversi gradi di tossicità. Per esprimere questa tossicità è stato introdotto il concetto di fattore di tossicità equivalente (TEF).

Il contatto fra uomo e diossine può avvenire in tre modi: accidentale (inalazione, ingestione o contatto di suolo contaminato), occupazionale (professionisti che lavorano con pesticidi e sostanze pericolose) e ambientale (attraverso per esempio l’alimentazione).

Nel primo caso si tratta di incidenti, nel secondo caso si parla di problemi inerenti al lavoro, nel terzo caso invece, quello maggioritario, si intendono appunto fenomeni connessi con l’alimentazione. È bene ricordare che quest’ultima è la forma di contatto più diffusa: si stima che circa il 90% dei casi di contatto fra esseri umani e diossine avvenga proprio attraverso il cibo.

Sulla base poi di evidenze scientifiche il meccanismo primario di ingresso delle diossine nella catena alimentare è considerato la deposizione atmosferica in fase di vapore sulle foglie delle piante ingerite poi dagli animali.

L’esposizione limitata ma ad alti livelli di diossine (cosiddetta acuta, come per esempio in caso di incidenti industriali) può causare anche gravi effetti sulla salute umana quali: 1) malattie della pelle, 2) problemi al fegato, 3) difficoltà nel metabolismo.

Mentre l’esposizione cosiddetta cronica – ovvero dosi più basse ma per periodi di tempo più lunghi – può causare: 1) danni al sistema immunitario ed endocrino, 2) interferenza a livello ormonale (tiroidei e steroidei), 3) effetti negativi sul feto.

Inoltre alcune policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani risultano essere cancerogene e possono quindi produrre tumori del tessuto linfatico, tumori del tessuto emopoietico, leucemia, linfomi non-Hodgkin e tumore al seno.

A livello legislativo, dopo l’incidente del 1976 a Seveso evocato all’inizio, la Comunità Europea ha approvato nel 1982 la cosiddetta “Direttiva Seveso”, che prevede la registrazione degli stabilimenti industriali a rischio, l’identificazione delle sostanze pericolose trattate e la preparazione di specifici piani di prevenzione ed emergenza.

Successivamente la normativa europea si è dotata di questi regolamenti comunitari: 1) Reg. (CE) n. 1881/06 (il primo a occuparsi di questo tipo di contaminazione); 2) Reg. (UE) n. 1259/11 (tenori massimi negli alimenti per queste sostanze); 3) Reg. (UE) n. 644/17 (si occupa del campionamento e delle caratteristiche dei metodi di analisi); 4) Racc. 2013/711/UE e 2014/663/UE (stabilisce delle concentrazioni individuate come livelli di azione).

Dal 1970 ai nostri giorni, vista la generale consapevolezza rispetto alla nocività delle diossine, si è passati ad adeguamenti normativi via via più stringenti riguardo la presenza di questi composti in campo ambientale ed alimentare. L’attenzione crescente nei confronti di queste sostanze non risulta sufficiente ad arginare il problema,  piani di monitoraggio ed interventi di bonifica adeguati risultano essenziali per la salvaguardia dell’ambiente e della salute. Questo risultato non deve però far calare l’attenzione, perché solo un costante monitoraggio e un lavoro di prevenzione possono aiutare a contenere il problema.

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